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Trento
25 luglio | 19:18

Disinformazione e 'voci da bar': "Così si auto-alimenta l'"orso-fobia". Se le cose non cambiano la conservazione della specie potrebbe tornare a preoccupare"

L'associazione Io non ho paura del lupo: "Mentre il resto d’Italia dimenticava velocemente le vicende degli orsi in Trentino, qui non si è mai smesso di 'bombardare' la popolazione attraverso i media locali. A vent’anni dalla fine del progetto Life Ursus, la popolazione si è svegliata di colpo comprendendo che "gli orsi fanno gli orsi" e che anche quelli trentini possono, purtroppo, farci del male. Ma ripartire (per convivere davvero) è possibile"

Disinformazione e 'voci da bar': Così si auto-alimenta l'orso-fobia
Foto d'archivio

TRENTO. "Oggi in Trentino, quando si parla di orso, tutti sono scontenti: in prima istanza le comunità locali, in particolare quelle valli interessate maggiormente dalla presenza del plantigrado. Qui sono riscontrabili livelli di insofferenza fuori dall’ordinario: la paura ha ormai superato di gran lunga quelli che sono i limiti della ragione per divenire “fobia”. La presunta “mancanza di libertà” nel potersi muovere in montagna, l’idea – immaginaria – che la propria valle sia invasa da orsi di ogni tipo, così come la sensazione che il progetto di reintroduzione Life Ursus sia stato soltanto una dura imposizione contro il volere delle comunità locali, fa ormai parte del pensiero di molti esponenti di queste comunità".

 

A parlare sono i referenti dell'associazione Io non ho paura del lupo, che in una lunga nota offrono una fotografia della 'questione orsi' in Trentino: "Poca importanza hanno numeri reali e fatti concreti, così come poca rilevanza hanno le numerose tragedie che proprio in queste settimane stanno colpendo il Trentino, tra incidenti in montagna di ogni tipo, turisti e abitanti che purtroppo perdono la vita durante attività comunemente considerate “sicure” e che nulla hanno a che fare con l’orso, ma sono piuttosto riconducibili al rischio intrinseco nel frequentare gli ambienti montani".

 

E proseguono: "Questa “fobia” non ascolta “la ragione” ma si auto-alimenta attraverso la disinformazione e le voci da bar e dei social, diventando ben presto il problema principale della vita di alcune di queste valli, in una realtà economica particolarmente florida e ben lontana dall’idea iconica di “montanaro con la gerla in spalla” e dove il problema principale, in mancanza di altri, è l’aver deciso – da sé – che la propria libertà è oggi compromessa a causa dell'orso".

 

I referenti dell'associazione riflettono poi sul come si sia arrivati "a tutto questo": "Mentre il resto d’Italia dimenticava velocemente le vicende degli orsi e degli uomini in Trentino, qui non si è mai smesso di 'bombardare' la popolazione attraverso i media locali: l’orso è senza dubbio il tema più trattato dai giornali durante l’ultimo anno, con opinioni di ogni tipo che hanno spaventato e confuso più che mai la comunità che, a vent’anni dalla fine del progetto Life Ursus, si è svegliata di colpo comprendendo che "gli orsi fanno gli orsi" e che anche quelli Trentini possono, purtroppo, farci del male".

 

 

RIPORTIAMO DI SEGUITO IL RESTO DEL TESTO ELABORATO DA IO NON HO PAURA DEL LUPO

 

 

Non bisogna di certo minimizzare le paure della popolazione, ma al tempo stesso è necessario far comprendere a queste comunità che nulla è cambiato rispetto a 15 mesi fa e che la montagna si può continuare a frequentare come sempre si è fatto, ma con l’aggiunta di consapevolezza e responsabilità da sempre necessarie nella terra degli orsi e più in generale nell’ambiente montano, caratterizzato da imprevisti e difficoltà che non possono essere ignorati.

 

In questa bufera mediatica le istituzioni hanno molte colpe: comunque la si pensi esse non sono mai riuscite a trasmettere un’idea di sicurezza, competenza e controllo sul tema grandi carnivori ai propri cittadini, lasciando troppo spazio agli estremismi, specialmente quelli di alcuni soggetti che, spesso facendosi scudo del malcontento, avviliscono costantemente le valli con la disinformazione, denigrano il lavoro della istituzioni e dei suoi molti professionisti e continuano a gettare benzina sul fuoco anche quando si dovrebbe lavorare tutti uniti.

 

Gli ultimi eventi informativi condotti dall’istituzione ne sono l’amara testimonianza, come quello dedicato al lupo a Meano o quello informativo dedicato agli operatori turistici della Val di Sole: urla, lamentele e invettive per tecnici e Assessori, con picchi di inciviltà da parte di alcuni personaggi locali francamente non tollerabili in un dialogo democratico e di fronte a iniziative anche lodevoli, in primis la nuova segnaletica dedicata all’orso che appare oggi più adeguata e chiara della procedente o il tavolo di discussione con gli stakeholders.

 

Gli altri grandi “scontenti” sono invece gli ambientalisti, gli animalisti di ogni schieramento e tutti coloro che vorrebbero una gestione seria, equilibrata e responsabile che veda insieme la conservazione dell’orso e la sua coesistenza con l’uomo. Per queste persone c’è solo un punto fermo: la totale mancanza di fiducia nell’operato istituzionale. Le motivazioni sono molteplici, quasi sempre di carattere politico, anche se, bisogna dirlo, la fiducia viene meno anche quando le istituzioni fanno qualcosa di buono.

 

Quello che traspare è come la politica, di ogni schieramento, sia essa stessa vittima del consenso che vuole generare e agisce nella paura di “scottarsi” maneggiando il “tema orso” davanti gli occhi dei propri elettori: oltre ai proclami di abbattimenti, non c’è mai stata in questi mesi un'espressione di condanna per gli atti illegali di bracconaggio avvenuti recentemente, così come una comunicazione chiara sul fatto che in futuro la convivenza con questi animali dovrà, volente o nolente, essere sviluppata insieme, o più in generale una narrazione sull’orso che vada oltre quella degli orsi problematici, dimenticandosi presto che l’orso è un valore delle montagne trentine e che, se oggi sulle Alpi questo è presente, è proprio grazie al lavoro di conservazione fatto in questo territorio da parte di istituzioni e comunità locali, un lungo e prestigioso percorso iniziato all’inizio del secolo scorso e conclusosi solo alla fine del Life Ursus.

 

Si è preferito piuttosto parlare prima di 70 orsi da abbattere, poi la metà, poi 8, restando attaccati ai numeri piuttosto che provare a sviluppare un processo culturale serio che facesse semplicemente capire che quando ci sono problemi le istituzioni sono pronte a rispondere ma che al tempo stesso la percentuale di orsi problematici è soltanto una minuscola parte di quelli che abitano le nostre montagne e che quelli che non vediamo e di cui non conosciamo sigla e vicissitudini sono i più importanti da conservare. Oggi si fa davvero fatica a capire quale sia il modello gestionale che si vuole perseguire, esso appare spesso confuso e poco chiaro. Da una parte l’approccio sembra quello della “tolleranza zero”. L’obiettivo è quello di mettere la sicurezza delle persone al primo posto rimuovendo dall’ambiente naturale qualsiasi orso che con esse viene a contatto diretto, a prescindere dalle dinamiche e dagli individui coinvolti. Questo viene proposto come un sacrificio del singolo orso in favore della conservazione della popolazione e come un gesto utile ad una presunta “pace sociale” necessaria oggi più che mai per il bene delle comunità locali. Al tempo stesso però molte iniziative atte alla prevenzione del conflitto non vengono nemmeno prese in considerazione e il caso di KJ1 ne è l’esempio perfetto.

 

Già dopo poche ore dall’accaduto il nome di KJ1 circolava come presunta responsabile dell’attacco, ed i motivi erano non solo i numerosi avvistamenti in zona avvenuti nelle settimane precedenti all’accaduto, con tanto di foto e video sulla stampa nazionale, ma anche la massiccia presenza di segnalazioni di orsa con cuccioli nella zona dell’incidente pubblicate dalla Provincia sulla mappa dedicata. Era quindi noto da tempo che un orsa con cuccioli frequentasse quell’area.

 

Oggi però parlare di chiusura dei sentieri rimane un tabù, come recentemente ribadito anche da un comunicato dei sindaci trentini che hanno affermato che “uno stato democratico e civile non può consentire in nessun modo che la libertà dell’orso imprigioni le persone” e che “l’ipotesi di interdire alle persone vaste aree del territorio, ancorché impossibile da realizzare non è e non sarà mai accettata dagli abitanti della montagna in quanto compressione ingiustificata delle loro libertà costituzionali”. Eppure in questo caso, grazie alla consapevolezza della presenza di un orsa con cuccioli stabile in una determinata area, si sarebbe potuto provvedere con alcune blande limitazioni in nome della sicurezza delle persone, come ad esempio la chiusura al transito durante le ore crepuscolari e notturne di quei sentieri, o anche una comunicazione più moderna e attenta su quelle che sono le aree frequentate da questi esemplari.

 

Tanto più che questo tipo di eventi – femmina che difende i propri piccoli ferendo una persona – in alcune parti del mondo non avrebbe richiesto l’abbattimento dell’orsa, visto che si tratta di un comportamento “normale” della specie e che, tra le “libertà costituzionali” rientra anche la salvaguardia futura dell’ambiente e della fauna per le prossime generazioni, e la limitazione e prevenzione dei conflitti è il modo migliore e anche meno costoso per svilupparla. Certo, il processo culturale che ci attende è comunque complesso: qualunque siano le iniziative future messe in campo bisognerà far comprendere a tutti che il rischio, nelle terre dell’orso così come negli ambienti montani, non potrà mai essere pari a zero, e che, a prescindere dalle chiusure dei sentieri, dai radio-collari, dall’adozione o meno dello spray anti-orso, ci potrà sempre essere il rischio, seppur minimo se rapportato al resto delle insidie della montagna, di incidenti con i plantigradi.

 

Su questo tema rimane quindi molta confusione: da una parte la tolleranza zero, dall’altra la mancanza (o la paura) di iniziative nuove e attuali per prevenire i conflitti, anch’esse spesso utilizzate oltreoceano ma che qui snobbiamo perché non ci fanno comodo. Basti pensare al record tutto trentino di lupi dotati di radiocollare: zero. Qui la parola “ricerca scientifica sui grandi carnivori” sembra fare più paura dell’orso. Nel mezzo aleggia l’idea di un “modello di gestione alpino” che ancora prima di nascere deve fare i conti con una rete complessa che vede confluire uomini, animali, montagne e piccoli paesi e le esigenze di conservazione di una specie simbolo di biodiversità.

 

Da dove ripartire quindi? Certamente è necessario ristabilire un dialogo tra tutte le parti in causa nel più breve tempo possibile, così come rimane fondamentale lo sviluppo di una consapevolezza da parte dei media, che hanno una grande responsabilità sulla narrazione trasmessa al pubblico e che non possono continuare a lavorare senza una visione che includa anche la conservazione futura della specie e la propria responsabilità sui contenuti che propongono ai cittadini. Occorre inoltre ridare una voce chiara e autorevole alla comunità scientifica, l’unica competente in questo dibattito, così come ridurre i toni del conflitto da parte di tutti i portatori di interesse. Al tempo stesso bisogna riportare all’attenzione lo stato di conservazione dell’orso sulle Alpi, oggi sicuramente soddisfacente ma non per questo fuori pericolo.

 

Il suo isolamento genetico, ma soprattutto la fragilità della popolazione rispetto a quella che è la percezione che si sta radicando in alcuni contesti sembrano aver sdoganato quanto di peggio l’uomo sa offrire ai grandi carnivori: piombo e veleno. Sarà quindi dovere di tutti abbandonare gli schieramenti e lavorare uniti per la coesistenza tra uomini e orsi, imparando dagli sbagli, accettando compromessi e praticando scelte nuove per costruire un nuovo modello che ad oggi è fortemente a rischio, quello della coesistenza con l’orso delle Alpi.

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